lunedì 3 aprile 2017

One of these mornings you're gonna rise up singing.



Nessuno scatta una fotografia di qualcosa che vuole dimenticare.



"Marion? Marion stai ferma dai. Sorridi."

Ma le foto che scattiamo nei momenti felici, rimangono ricordi che vogliamo ricordare? E' una di quelle stronzate che Marion si ritrova a pensare alle tre di notte, guardando una foto di lei in controluce, di qualche mese precedente all'incidente. Quando alza gli occhi da quei contorni luminosi che le vedono sparire i connotati in una macchia quasi del tutto nera, è in una casa che non è la sua. Il letto non è il suo, così come non lo è la coperta sotto cui si è rifugiata. Eppure, ha tutto a che fare con un passato presente, vicino e tangibile. Un passato che in certi casi è palpabile, che ha occhi che guardano e vene pulsanti nelle braccia. In questo caso, lo sente addirittura respirare vicino a lei. Ne sente l'odore d'alcol e di bruciato, ne vede i capelli biondi ed il volto contratto nella smorfia di sonni agitati.

"Non se ne va. L'odore, non se ne va. Era due e ora è meno di zero. Non è mai esistita."


La stanza ormai è piena di fumo, abbastanza da aver raggiunto lo status di spazio irreale. Gli occhi bruciano e lei li lascia bruciare, strizzando le palpebre per far sì che l'iride sfrigoli poco sotto, irradiando brividi di stanchezza ai nervi ottici. Nessuno scatta una fotografia di qualcosa che vuole dimenticare. E se quella cosa ci rimanesse impressa nella retina? Se non servisse un pezzo di carta a ricordarci quel momento, ma bastasse chiudere gli occhi? 


"Dovresti entrarmi nella testa qualche volta"
"Perché?"


Marion continua a ripensare alla conversazione avuta qualche minuto prima che Alec crollasse tra i fumi dell'alcol e lei rimanesse sveglia tra quelli delle sigarette che scandiscono ogni ora che passa. La cenere cade ritmicamente nel posacenere e la nicotina le invade i polmoni ad ogni tiro lento che libera poco dopo in piccole nuvolette dense. Perché mai qualcuno vorrebbe farsi spulciare nella testa? Questo Marion non lo capisce. Quello che vorrebbe fare, in questo momento, è riuscire a dare un po' di sollievo alle sopracciglia del pirocineta che sembrano combattere contro demoni troppo grandi per lui. E poi vorrebbe dormire. Vorrebbe dormire sonni tranquilli, ma sa di non esserne più in grado. Sa di avere sulla coscienza la faccia di Dusk e gli sguardi di Murphy. Sa di essersi presa carico anche dei demoni di Alec, senza che lui chiedesse niente. Sarà quel senso di colpa cattolico che le hanno insegnato da piccola. Sarà che non ha un bancomat al posto del cuore e che lì, nella North, la cosa può fare la differenza tra la vita e la morte. Lo sa, e non dorme. 









venerdì 10 marzo 2017

I dreamt that New Orleans came back to bite me.

New Orleans ha strade che van bene di notte,
quando le note dei musicisti fanno a botte.
New Orleans è come un cane randagio,
di quelli che nell'ombra stanno a proprio agio.
New Orleans ha denti lunghi e affilati,
occhi gialli e malati.
Prova pure a scappare,
New Orleans ti farà urlare.



Nell'appartamento di Marion ci sono davvero poche cose.
Solo ciò che può stare in una valigia. Qualche vestito, un mucchietto di foto; un paio di scarpe e le sigarette.
Ha recuperato da chissà dove uno stereo e ascolta qualche vecchio cd ritrovato in un fumoso negozio di Philadelphia. Guarda la strada che si srotola qualche piano più in basso, dall'unica finestra che ha quello sputo di stanza e fuma lentamente. Guarda la strada, mentre un pappagallo di pezza la spia dal cuscino. Ci sta a malapena il letto, lì dentro.
Guarda la gente che passa, padrona di quelle strade o turista indifeso contro la città.
Guarda la gente e pensa che in fin dei conti, c'è sempre qualcuno che passa, ovunque.
Con alcuni ti ci scontri, altri neanche li vedi.
Marion ha un polso fasciato stretto, che pizzica in modo fastidioso e che si costringe a non ascoltare.
Ha un numero in più salvato in rubrica e l'immagine di Dusk che colpisce Alec in piena faccia, incollata ad occhi opachi di sonno perso ed alcol.
Marion pensa che uno può anche scappare da un posto, ma non vuol dire che quello non ti segua.
Marion pensa pensieri banali, continuando a fumare, riempiendo la stanza di nebbia spessa.



sabato 4 marzo 2017

Not all monster do monsterous things.

Il battito del cuore di Marion scandisce il tempo della stanza dell'ospedale.
Ogni battito, corrisponde ad un rumore elettronico che spezza il silenzio di quelle pareti bianche e inospitali.
Marion dorme; dei tubi le hanno colonizzato i polmoni e un ago le ha fatto il nido nel braccio.
Sotto le palpebre chiuse, gli occhi si muovono febbricitanti, per non lasciarsi sfuggire niente di quel sogno che sembra affollarle la mente.
Ogni battito, ogni bip, le riempie le orecchie, ma non la sveglia. Così come non sveglia sua madre, che dorme sulla sedia affianco al letto. Ha cambiato i fiori e aperto le tapparelle, per ricordare a quella stanza bianca e asettica il mondo fuori. Poi è crollata, cullata dalla luce gelida che si rifrange sui muri, attraversando i vetri per ferirle gli occhi.
E' sospesa, quella stanza e ogni segnale scandisce un tempo che sembra aver perso significato.

Quando non si aprono le palpebre per tanto tempo, il dolore della luce che colpisce le pupille può essere tremendo. Sua madre e suo padre si abbracciano ai piedi del letto, quando la vedono guardarsi intorno perplessa. Le lacrime rigano il volto stanco di quella donna di mezza età, che parla un inglese piegato dalla sua lingua madre e che si porta le dita di una mano tremante a coprire la bocca. Marion non capisce dove si trova. Cerca di ritirarsi su, bloccata da orribili fitte che le percorrono la colonna vertebrale, mentre i muscoli indolenziti fanno di tutto per tenerla sdraiata.
Il dottore la informa che ci vorrà un po' per rimettersi del tutto, e lo fa con la voce allegra di chi si riempie il cuore nel vedere scene del genere. Scene che farebbero gola ad ogni sceneggiato di serie b. La figlia di una coppia per bene finisce sotto una macchina. Va in coma, ma si sveglia miracolosamente. Di solito i colori piatti della televisione aiutano a non notare il dolore che piega ogni espressione del povero stronzo che s'è appena risvegliato. Qui però, continua ad esserci solo un bianco insopportabile.

"Sei cambiata dopo l'incidente." Josh parla e non la guarda. Guarda il pacchetto di sigarette che si rigira mollemente tra le dita, facendolo battere ritmicamente contro il tavolo. Come se Marion non sapesse che mentre lei dormiva, era intento a cambiare frequentazioni. Parecchie, stando alle bocche sorridenti di chi sperava in una sua crisi. Meno sorridenti, stando a quelle dei suoi amici. Forse era successo con Josh, la prima volta. Non ricorda neanche cosa gli aveva vomitato in testa, guardandolo negli occhi. Ricorda solo che Josh era scattato in piedi rovesciando la sedia su cui era seduto, guardandola come se gli stesse puntando una pistola addosso. I ricordi di quella parte sono annebbiati, per via dell'emicrania che le ha appannato la vista; si ricorda le scale del centro sociale, la porta e qualche amico che prova a fermarla. L'ha lasciata, dandole del mostro. Nessuno vuole amare un mostro.


martedì 28 febbraio 2017

You don't need water to feel like you're drowning, do you?

New Orleans, notte.

Le macchine sfrecciano sulla strada su cui Marion è appostata da ore, alzando schizzi d'acqua dal cemento. La borsa la tiene a tracolla su spalle stanche per sorreggerla, mentre sventola il pollice in fuori, fradicia sotto la pioggia. 

"Dove vai, baby doll?"

Alcuni si fermano solo per fare qualche battuta su quanto sia bagnata. Se non fosse per il freddo e il dolore che le pervade le ossa, applaudirebbe pure per l'originalità. Invece si limita ad estrarre un altro dito e a guardarli riprendere la strada. Molti scuotono il capo, quando accenna a dov'è diretta.
Mississipi, Alabama, Georgia, Tennessee, Virginia, Maryland, Pennsylvania.
Sette stati da attraversare. Alcuni li si sfiora soltanto, altri li si taglia a metà.

Tennessee, diciotto ore di viaggio - circa - dopo.

Se li sente addosso, gli occhi tondi e scuri del camionista che ha deciso di caricarla per parte del tragitto. Marion è sveglia da troppe ore ormai, in silenzio, accasciata contro la portiera. Tiene la guancia destra premuta sulla cintura come se fosse un'amaca e le braccia incrociate sotto un seno rimasto acerbo. Gli occhi sono fissi sulla strada, sull'asfalto macinato dall'enorme bestia di metallo su cui si trova. Le Blue Ridge Mountain svettano sdraiate fuori dal finestrino, sfumando nel cielo freddo di un mattino già inoltrato. In questo stato è nato Elvis, dice l'uomo, prendendo a tamburellare sul volante canticchiando "Love me tender", masticando le parole a metà. Marion annuisce e tira un sorriso stanco, lanciandogli un'occhiata che non dura più di qualche secondo e che finisce di nuovo sulla strada.
Tennessee, Virginia, Maryland, Pennsylvania. Marion conta gli stati come si contano le pecore, e s'addormenta.


Maryland, quasi undici ore dopo.

"You have to wake up, Ginger". Questo è uno di quei risvegli traumatici che ti tolgono il respiro. Un po' come quando Neo si risveglia, in Matrix. Un film lontano nel tempo, in cui tuttavia è descritto benissimo quel senso di spaesamento che si prova solo nei peggiori dopo sbronza, quando ti sembra di nascere una seconda volta. "Puoi prendere una stanza in quel Motel. Ce li hai i soldi, vero?" La stanza non è neanche delle più schifose: il copriletto a fiori ha meno di dieci macchie, di cui solo due sono di sangue; non sembrano esserci topi, ma i vicini fanno abbastanza rumore da tenere sveglio un narcolettico. Marion molla il borsone all'ingresso e si chiude la porta alle spalle, facendo scorrere il chiavistello che fa da serratura; poi, accende la televisione e fa zapping, fino a che non trova un qualche film abbastanza rovinato da avere i colori virati in buona parte sul blu. Fuori dalla finestra, un vento gelido spazza il piazzale in cui riposano i mezzi stanchi per la traversata; lei dentro, al caldo, aspetta insonne il mattino seguente, per fare di nuovo l'autostop, per l'ultima tratta fino all'arrivo. Pennsylvania, Philadelphia.




domenica 26 febbraio 2017

I can't find a reason to stay home

.New Orleans. Una strada qualunque, un bar qualunque, una sera qualunque.


"No. Va bene. Stai tranquilla, non torno."
Marion ha appena riattaccato il telefono e, lentamente, gira il caffè.
Stringe senza convinzione il cucchiaino tra indice  e medio, osservando come ipnotizzata il liquido scuro che gira, creando un vortice.
Se girasse più velocemente, forse riuscirebbe a creare un varco nel centro.
Marion gira il caffè e pensa che in fin dei conti è meglio così.
Ha messo una bustina intera di zucchero e già se ne pente.
Pensa che è piuttosto ironico, riuscire a pentirsi di una cosa del genere, ma non delle parole che ha appena detto. Pensa che alla fine non c'è niente di cui pentirsi.
Il bar è silenzioso e semivuoto. La scritta sull'insegna recita "aperto ventiquattro ore su ventiquattro"; lei ha stipato tutti i suoi averi in un borsone che neanche sapeva di avere e che ora riposa vicino ai suoi piedi, sotto il tavolo.
L'insofferenza alla luce di quei giorni le sta facendo benedire il proprietario ed il suo scarso interesse alla visibilità dei suoi piatti. Le avevano detto che era normale, che sarebbe passato col tempo. Così come quelle emicranie e quelle fitte alla schiena. Che si era salvata per miracolo e che quell'incidente poteva costarle la vita. Che qualcuno, da qualche parte, le doveva voler bene. Di solito questa frase veniva accompagnata con un cenno del capo verso l'alto e lei si divertiva a pensare che si, in fin dei conti il vicino di sopra le voleva bene.
Marion gira il caffè e sta bene attenta a fuggire gli occhi del cameriere e dei pochi avventori di quel bar di periferia. Non guarda negli occhi più nessuno da parecchio. Non per più di qualche secondo almeno, da quando per sbaglio ha scoperto che, se lo fa, diventa un libro aperto. C'erano giorni in cui la parola "telepatia" non rientrava neanche nei suoi pensieri più reconditi e che ancora adesso rifugge. "Mostro" al contrario, è una parola che ha sentito spesso e volentieri negli ultimi tempi. Gliel'hanno ripetuto più volte; il suo ragazzo, i suoi genitori. Ecco, sua madre non faceva passare giorno senza ricordargliene il suono, tanto che ormai è diventato un mantra, qualcosa che ripete anche davanti allo specchio, dopo aver lavato i denti. A volte contava quante volte riusciva ad infilarlo in una frase.

Marion si decide finalmente ad estrarre il cucchiaino dal caffè. Lo batte qualche volta contro la ceramica, negli ordinari tre colpetti, e lo poggia con la testa sul piattino. Che poi neanche lo voleva. Lascia qualche moneta sul tavolo, recupera la borsa e pensa che poteva partire il giorno prima, che c'era il sole.